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Le radici della nostra elaborazione

Nonostante la sua novità, Alleanza Civica non è tuttavia senza radici. Seppure in un breve volger di mesi c'è stata infatti una lunga ed approfondita riflessione che si è svolta con l'iterazione tra importanti protagonisti della vita politica ed amministrativa nazionale ed in particolare del Nord-Ovest.

Di questa elaborazione riportiamo qui la documentazione accumulata nelle principali tappe di dibattito ed incontri assembleari:

27 ottobre 2018 - Convegno Passaggio a Nord-Ovest, VERBANIA

Sede: Centro Eventi "Il Maggiore" Sala foyer del Teatro, Via al Torrente San Bernardino, 29 - Verbania
Organizzazione: Gruppo di Verbania, Associazioni Liste Civiche Liguria, Piemonte, Lombardia
Presidenza convegno: Francesco Battistini (cons. regionale Liguria), Elisabetta Strada (cons. regionale Lombardia), Mario Giaccone (cons. regionale Piemonte)

Gli interventi della giornata

H. 10 - Saluto Sindaco Verbania Silvia Marchionini
H. 10.15 – Relazione introduttiva – Franco D’Alfonso
H. 10.30 – 11.30 – Interventi nel dibattito: Piero Bassetti (Presidente Globus e Locus); Gabriele Albertini (già Sindaco di Milano ed eurodeputato); Serse Soverini (Deputato Area Civica); Bruno Tabacci (Deputato +Europa); Giorgio Gori (Sindaco di Bergamo); Federico Borgna (Sindaco di Cuneo); Alberto Valmaggia (Assessore regionale – lista Monviso); Giuliano Pisapia (già Sindaco di Milano e europarlamentare); Alessio Pascucci (Sindaco di Cerveteri e coordinatore Italia in Comune)

H. 11.45 – 13.30 Tavola Rotonda “COMPETITIVITA’ TERRITORIO
Coordina: Francesco Tresso
Moderatore: Jacopo Tondelli (direttore de “Gli Stati Generali“)
Beppe Sala (Sindaco di Milano); Pietro Modiano (Presidente SEA e Carige); Sergio Chiamparino (Presidente Regione Piemonte); Luca Bianchi (Presidente ATM); Marco Bentivogli (Segretario Generale FIM CISL)

H. 14.30 – 16.00 Tavola Rotonda “LOGISTICA TRASPORTI MOBILITA’
Coordina: Arcangelo Merella
Moderatore: Walter Galbiati (Inviato de La Repubblica)
Giorgio Goggi (Politecnico Milano); Gilberto Danesi (Amministratore Terminal Voltri Europa); Thomas Baumgartner (Presidente Fercam); Maurizio Maresca (Struttura missione MIT); Giampaolo Botta (Spediporto); Paolo Foietta (Direttore Tav) 

H. 16.15 – 17.30 Tavola Rotonda “Caso Verbano – Cusio - Ossola
Coordina: Giovanni Alba
Moderatore: Maria Grazia Varano (Giornalista TeleVCO Azzurra TV), Laura Sau (Assessore lista civica Verbania); Virginio Brivio (Sindaco di Lecco e Presidente Anci Lombardia); Aldo Reschigna (Vicepresidente Regione Piemonte); Antonello Ciotti (Presidente COREPLA, Cons. consorzio riciclaggio plastica); Lucia De Cesaris (CdA Arexpo già vicesindaco Milano)

Hanno assicurato presenza: Guido Pollice (Pres. VAS); Corrado Valsecchi (vice Sindaco Lecco); Carmine Pacente (cons. comunale Milano); Claudio Bonfanti (civici Bergamo); Emmanuel Conte (cons. comunale Milano); M. Luisa Melli (consigliere di Suzzara civica); Alberto Veronesi (cons comunale Milano); Sergio Meazzi (vicepresidente Municipio 6 Milano); Davide Mattiello (associazione Benvenuti in Italia); Elide Tisi (già vicesindaco Torino); Luca Marcora (Area Civica Mi); Marco Fumagalli (capogruppo Noi Milano); Oria Trifoglio (cons comunale civica Alessandria); Valentina Ghio (sindaco Sestri Levante); Giancarlo Caldone (sindaco Volpedo); Massimiliano Didò (Associazione Varese-Europa); Silvia Fossati (pres. Milano Civica); Luca Stanzione (Cgil trasporti).

Il Gruppo di Verbania

Il “gruppo di Verbania” è un gruppo informale formatosi all’interno del mondo delle liste ed associazioni civiche del Piemonte, della Lombardia e della Liguria, con lo scopo unico di organizzare un appuntamento di riflessione e confronto sulla realtà del territorio del Nord Ovest d’Italia. L’incontro si svolge a Verbania individuata come città simbolo per le tematiche principali: posta su una delle principali e storiche direttrici di collegamento fra le infrastrutture e le aree metropolitane del Nord, vive direttamente con intensità l’avere una forte identità locale unita all’essere fortemente integrata con l’area metropolitana lombarda, trovandosi amministrativamente nella Regione Piemonte e con un cordone ombelicale collegato al centro dell’Europa, sia economicamente, attraverso il turismo e la ricerca scientifica con i suoi congressi, sia fisicamente con la via del Sempione, sia infine storicamente come luogo di incontro di commerci, sapere e storie fin dai tempi dell’Impero Romano.

Hanno partecipato alla preparazione di questa giornata e quindi ad animare il gruppo di Verbania Felice Borgoglio (Alessandria), Lorenzo Forcieri (Spezia), Franco D’Alfonso (Milano), Emilio Genovesi (Milano), Francesco Tresso (Torino), Diego Castagno (Torino), Giovanni Alba (Verbania), Walter Andreazza (Varese) Francesco Battistini (Sarzana) Sergio Vicario (Milano), Mariano Cattrini (Domodossola).

Relazione introduttiva
Franco D'Alfonso - Consigliere comunale di "Noi Milano"

UN ORIZZONTE EUROPEO

Quando abbiamo deciso con gli amici del “Gruppo di Verbania” di dare al nostro incontro il titolo di “Passaggio a Nord Ovest” lo abbiamo fatto pensando ai territori che storicamente sono la via di collegamento ed il retroterra logistico per chiunque abbia un orizzonte europeo ed una volontà di non richiudersi nelle mura della propria città e del proprio presente, cercando rassicurazione e speranza in un futuro di movimento e non in un passato di statico rimpianto. Questa vocazione, questa storia e cultura di queste terre è ben rappresentata simbolicamente dalla manifestazione che più ha influenzato il dibattito politico ed economico recente, l’Expo di Milano, così come era avvenuto un secolo fa con Expo 1906. All’inizio del Novecento Expo Milano apriva l’era dei trafori celebrando l’impresa economica e sociale del Sempione; poco più di cento anni dopo l’Expo ambrosiana ha potuto fregiarsi di quasi tutti i record pensabili e rilanciare uno spirito di grande internazionalismo e comprensione fra popoli diversi anche perché si è svolta al centro di una delle aree economicamente più avanzate ma soprattutto meglio collegate del mondo, come effetto straordinariamente positivo delle scelte infrastrutturali del passato. Il sito stesso dell’esposizione è stato uno dei punti di forza della manifestazione proprio grazie ai collegamenti Tav e metropolitani che hanno reso nei fatti l’area che va da Torino e Genova alle città lombarde una unica grande area metropolitana all’interno della quale ci si muove con agio che ha sorpreso tutti e che adesso, con il progetto Arexpo – Mind, renderà possibile la nascita di uno dei più importanti centri di ricerca scientifica di questo secolo

TUTTA LA CAROVANA ALLA META

Da figli i una cultura anche cinematografica, il riferimento al film capolavoro di King Vidor non è casuale: il “Passaggio a Nord Ovest”, il cammino verso l’Europa di cui ci sentiamo parte e che vogliamo rilanciare anche in questa occasione, ha le caratteristiche di un viaggio ideale che si potrà dire compiuto quando tutta la carovana e non solo i carri di testa, saranno giunti alla meta. Nell’oggi che viviamo, però, manca il protagonista, lo Spencer Tracy che indichi la strada della ricerca del passaggio verso il territorio promesso ed i componenti della carovana sembrano non credere più nella possibilità e perfino nella bontà della missione affidata, gridano che è meglio tornare a casa e che è possibile ignorare l’esistenza di un oltre noi stessi, che difendere dagli invasori la propria casa è meglio che cercare nuovi orizzonti in terre che sono popolate da amici che tanto amici non sono o non si dimostrano tali. Quello che oggi manca – ed è la ragione fondamentale per la quale abbiamo iniziato questa ricerca – è una politica, una classe politica che si candidi a guidare questo cruciale passaggio della nostra storia. Le tradizioni politiche democratiche, quella liberale come quella socialista, stanno vivendo con sconcerto la disillusione di non essere affatto i protagonisti unici della politica europea e mondiale, come pensavano sarebbe avvenuto con la fine degli antagonisti del Novecento, il fascismo ed il comunismo, indulgendo così a pratiche di governo dirigiste e centraliste e trascurando tanto le articolazioni sociali, che sono tutt’altro che scomparse, tanto quelle territoriali. E’ quello che stiamo vivendo da alcuni anni in Italia, essendo paradossalmente per una volta in sintonia con i trend mondiali, dall’America di Trump alla Russia di Putin.

PROPOSTE PER IL TEMPO CHE VIVIAMO

Quando si è in una situazione di crisi politica come quella che stiamo vivendo è buona norma tornare ai fondamentali, ai principi-base di qualsiasi mestiere quale anche la politica è. Chi si candida a guidare il passaggio di questa area politica, che non è scomparsa ma non trova adeguata rappresentanza, deve ridiscutere, ritrovare ed esplicitare proprio gli elementi base di una proposta adeguata al tempo che viviamo: gli obiettivi espressi con chiarezza, gli strumenti per raggiungerli, il suo popolo di riferimento. Con la necessaria modestia, quello di cui discutiamo oggi è l’obiettivo politico che indichiamo in una Europa solidale, in linea con l’ esperienza della socialdemocrazia che, come ci ricorda il prof Cacciari, non ha affatto fallito ma, al contrario, costruendo il modello di welfare quale abbiamo conosciuto, ha realizzato i suoi obiettivi principali, costruendo un modello di società solido e coeso che ha permesso al sistema europeo di resistere anche nel crepuscolo protrattosi troppo a lungo. Ne sono dimostrazione le recenti elezioni della Baviera e della Svezia, laddove anche nella crisi profonda del partito di riferimento (i popolari in Baviera, i socialdemocratici in Svezia) l’urto delle forze antisistema è stato assorbito mantenendo la pregiudiziale verso i movimenti antidemocratici e con l’avvento di formazioni politiche nuove e fortemente critiche verso i partiti tradizionali, come i Verdi ed i Freie Waehler civici bavaresi, ma saldamente ancorate ai principi democratici e solidaristici. Continuità politico-culturale vuol dire infatti innanzitutto aggiornamento degli obiettivi e, soprattutto, innovazione senza abiure o conservatorismi senza tempo. Il nostro modello non è il liberismo anglosassone che ha spesso prevalso nelle stanze di Bruxelles né tantomeno le democrature russo-cinesi cui improvvidamente qualcuno dice di ispirarsi durante qualche viaggio “istituzionale” trasformato in scampagnata con gli amici del bar cui da troppo tempo molti esponenti politici della cosiddetta “Seconda Repubblica” ci hanno abituato.

UN MODELLO DI RIFERIMENTO

Il nostro modello non è, per intenderci, quello di un neostatalismo assistenzialista che pensa di risolvere i suoi problemi affidando alle Ferrovie di Stato l’Alitalia al modico prezzo per il bilancio pubblico di 2 miliardi di euro sull’unghia o che pianifica un reddito di cittadinanza che, gettato su una platea in gran parte incognita, quantomeno andrà a incrementare gli introiti di alcuni milioni di evasori fiscali e lavoratori in nero e finirà per dare la mazzata finale a quella parte di Sud che sta cercando di uscire, riuscendoci più spesso di quanto non si creda, dal sistema peronista e inefficiente che le classi dirigenti locali hanno perpetuato sotto ogni governo.

  • Il nostro modello prevede una decisa scelta per la civiltà e la dignità del lavoro garantita tanto dagli investimenti infrastrutturali, di cui parleremo oggi, come da servizi per così dire “soft” all'altezza, credito all'impresa su progetti di innovazione, un nuovo welfare che guardi ai nuovi mestieri e ai giovani. Noi siamo d’accordo con i lavoratori del terzo valico che chiedono lavoro e non assistenza e lo siamo anche con il presidente di Assolombarda Carlo Bonomi quando nella recente assemblea annuale ha presentato al sempre più dimesso ministro Tria proposte alternative ad ogni singolo punto della manovra del Governo, mettendo sul tavolo la disponibilità delle imprese a farsi carico di quella responsabilità sociale non limitata ai propri azionisti che in passato anche recente è spesso mancata.
  • Il nostro modello è quello della collaborazione pubblico-privato, con il pubblico generalmente nella posizione della regia e del controllo, per assicurare equità e pari opportunità, comprendendo e conoscendo a fondo le diversità territoriali non per cristallizzarle, ma per affrontarle con strumenti diversi adeguati al problema. Il nostro modello prevede soluzioni che più che all’illuminismo primitivo di Rousseau si ispirino al pragmatismo dei municipalisti come Emilio Caldara, principale esponente come sindaco di Milano dell’unico riformismo che in Italia abbia raggiunto tutti gli obiettivi concreti che si era posto, il riformismo degli amministratori socialisti e cattolici delle città padane sia al tempo dell’Italia liberale che di quella repubblicana.

L'EUROPA FEDERALE DEI TERRITORI

Il messaggio politico che si vuole emerga è quello di una Europa federale che nasca dai territori e non dagli Stati. Si deve trattare di una proposta concreta che unisca le scelte simboliche e di “sogno politico” ( elezione diretta, governo-commissione espressione del Parlamento e non dei Governi, prospettiva di unità politica federale in tempi non lunghi) a precise scelte programmatiche sulle questioni e le opzioni che devono costituire l’Europa della città e dei territori alternativa a quella delle “troike” finanziarie: i due temi in discussione oggi, Logistica e Competitività dei territori, sono quelli che il “Gruppo di Verbania” ha individuato come prioritari. La sfida è “riaprire le strade dell’Impero Romano”, non chiudere confini fisici o virtuali: una recente ricerca dell’Università di Copenhagen guidata dal prof Dalgard ha stabilito infatti che«c’è maggiore attività economica in luoghi con maggiore densità di strade romane». C’è insomma una «persistenza» dell’investimento di duemila anni fa. «La persistenza negli investimenti infrastrutturali è una fonte potenziale di persistenza nello sviluppo comparativo», sostiene Dalgaard. E «la densità di strade romane si è rivelata essere un forte previsore dell’attività economica contemporanea». Logistica e trasporti sono il “core business” del Nord Ovest (“fa più il Freccia Rossa che una riforma enti locali” – cito Piero Bassetti). In Lombardia c’è il 25% del settore, nel Nord Ovest arriviamo vicini al 40% italiano. Il peso del settore logistica sul Pil italiano è il 13 % in crescita. Non più solo commercio: Europa è una gigantesca fabbrica policentrica ed i magazzini sono stati sostituiti dal real time su gomma e ferro. Tav, Terzo valico, infrastrutture ferroviarie e viabilistiche, reti di telecomunicazione a banda larga e ultralarga sono l’apparato circolatorio, mentre merci, persone e informazioni sono il sangue della società post capitalistica. Occuparsi dei collegamenti di Vado Ligure, Genova, Chiomonte, Rivalta, Domodossola è come verificare lo stato di salute delle nostre arterie. Se si chiudono, moriremo, morirà la nostra civiltà: DOBBIAMO DIRLO CON CHIAREZZA.

LA QUALITA' AMBIENTALE

L’altro corno della nostra politica è l’ambiente. Non solo tutela della salute, ma competitività ed attrattività derivante da possibilità di lavoro e produzione, qualità della vita dipendono dalla situazione del territorio. Curare ambiente e città nell’era post industriale è assolutamente decisivo, a Genova come a Taranto, ma anche Dusseldorf o Lille. Per questo i sindaci sono in prima linea. L’area metropolitana con funzione di perno è l’asset fondamentale di sviluppo del Nord Ovest ed è la locomotiva – unica – in grado di tenere agganciato il treno italiano all’Europa. Se Milano non può fare a meno del suo “contado” che oggi ha una dimensione sovraregionale, l’Italia intera senza il brand, la reputation, la spinta, il lavoro di Milano si fermerà sui contrafforti delle Alpi. Ad aspettare l’arrivo di un Annibale? La caduta del pendolo sul sindaco di Genova come commissario per il ponte e il decollo/azzardo della candidatura olimpica lombardo/veneto in autonomia politica, gestionale e finanziaria, sono due segnali che vanno nella direzione di un difficile, non privo di contraddizioni ma inevitabile passaggio dalla rivendicazione di una autonomia “ottriata” alla pratica di una autonomia di totale responsabilità da parte della comunità del Nord Italia. E’ ormai opinione comune che sia necessaria la nascita di un nuovo schieramento che si muova in netta discontinuità sia con lo schema del partito a vocazione maggioritaria, sulla cui estinzione nessuno ha dubbi, sia con quello che vede una forza principale attorno alla quale si collezionano liste civiche o maggiormente caratterizzate in senso identitario. E questa notazione vale, non tanto casualmente, per entrambi gli schieramenti del bipartitismo di fatto della Seconda Repubblica, entrambi sconfitti e definitivamente archiviati dal voto del 4 marzo.

OLTRE IL MODELLO DI PARTITO

Il contributo più importante che la galassia di liste ed amministratori civici deve portare è relativo alla proposta politica. La nostra ambizione è quella di proporre una politica all’intero centrosinistra ed al contempo favorire l’ingresso e la militanza di un nuovo personale che non passa e non vuole passare più dal canale del partito. L’esperienza di Milano, di Brescia e di molte realtà minori del Nord Ovest e, di recente, in negativo quello del Trentino, dimostrano che già oggi questo schema è l’unico in grado di competere sia con il vecchio centrodestra che con l’alleanza populista. Per farlo, per essere competitivi, bisogna pensare a qualcosa che prescinda dall’esercizio del dovere civico della partecipazione attiva da parte di tutti i cittadini. Se i partiti e le forme tradizionali della politica non attraggono più, non può dirsi lo stesso di attività e settori altrettanto importanti per la formazione di una coscienza civile di un popolo: il grande mondo del volontariato, mai così vivo, attivo e numeroso; lo sviluppo a crescita esponenziale di iniziative culturali e di valorizzazione del patrimonio artistico e culturale del territorio; le attività di accoglienza turistica e sociale, che vedono un numero sempre maggiore di addetti di settore, ma soprattutto un crescente coinvolgimento delle comunità, che si fanno ad un tempo custodi e promotori del patrimonio ultramillennario che costituisce la vera base e l’essenza stessa del cosiddetto “made in Italy”.

A VALLE DI UN REFERENDUM

Non possiamo iniziare i lavori di questa giornata a Verbania senza ricordare come una settimana fa si sia svolto un referendum per il passaggio dal Piemonte alla Lombardia del Verbano Cusio Ossola, referendum che come è noto non ha raggiunto il quorum richiesto. Senza entrare nella valutazione specifica dell’oggetto (in concreto una variazione più amministrativa che istituzionale) non possiamo non valutare come il referendum abbia tratto ragion d’essere nella forte volontà di partecipazione e protagonismo del territorio. Se un diverso posizionamento all’interno di un assetto istituzionale regionale che è in sé largamente discutibile non poteva essere risolutivo e forse sarebbe stato addirittura fonte di ulteriori problemi, gli oltre trentamila votanti sono un segnale di un malessere e comunque dell’esistenza di problemi di identità e di missione di questo territorio che devono essere affrontati : nella tavola rotonda di questo pomeriggio parleremo certamente anche di questo, magari parafrasando nuovamente Piero Bassetti e scoprendo che “farebbe più il passante trenord che un cambio di indirizzo dell’assessorato ai trasporti..”. Alcune conseguenze di questo ragionamento.

  • Gli enti locali possono e debbono essere il motore di questo rinnovamento. I sindaci e gli amministratori locali sono parte della classe dirigente del territorio, sono riconosciuti come tali da cittadini e dalle altre istituzione, rappresentano ad un tempo l’autorità e l’identità, la delega e la condivisione.
  • Perché sono vicini alla gente, cioè ai cittadini e perché possono chiedere ai propri cittadini, su base volontaria, un impegno a favore della comunità e a vantaggio del territorio. E possono promuovere con semplicità e trasparenza azioni innovative e concrete immediatamente visibili e concretizzabili. Per esempio valorizzando quell’enorme asset costituito da professionalità in attesa di essere valorizzate, per così dire, messe a reddito: parlo di un volontariato civico messo a disposizione della comunità e del territorio. Un impegno civile organizzato e gestito dagli enti locali per lo sviluppo e la gestione di progetti precisi. Un impegno non per discutere di ideologie ma per realizzare delle cose e controllarne il funzionamento.
  • Questo si chiama partecipazione ed ha almeno due valenze, una politica in quanto coinvolge i cittadini dalla base e li fa partecipi, di fatto, della gestione della res pubblica e l’altra perché libera una ricchezza poco utilizzata e molto presente sui nostri territori.

Il civismo federativo

Il dibattito e il confronto per una nuova Alleanza Civica hanno avuto come principali protagonisti delle esperienze civiche più significative in Lombardia e sul territorio nazionale.

Qui di seguito la presentazione delle associazioni che sperimentano un civismo federativo:

ITALIA MEDITERRANEA - Dal Mezzogiorno federato al Civismo Federativo

  1. Il manifesto per l’Italia Mediterranea, concludeva affermando che il Movimento era incardinato nel primato dell’Europa riformata; nella costruzione del Mezzogiorno Federato; nella nuova riunificazione e coesione del Paese. Oggi va indicata nel civismo federativo la cifra identitaria e programmatica del Movimento. Questa più attenta definizione e chiarimento è resa necessaria da una sempre più rapida evoluzione della crisi politica ed istituzionale; dalle sue caratteristiche sistemiche; dalla sua irreversibilità. Il Movimento per l’Italia Mediterranea deve misurare le sue finalità ed i suoi obiettivi, collocandoli, nel complessivo processo di profondi cambiamenti che investono ilPaese, e rendono impossibile una lettura parziale ed autarchica dei problemi e delle possibili soluzioni.
    L’Europa riformata è il nuovo soggetto politico euro Mediterraneo fondato su città e territori e con la mediazione leggera degli Stati nazionali. Il Mezzogiorno Federato è l’Italia Mediterranea come attore, insieme alle altre Macroregioni di un diverso sistema di governo delle pianificazioni e delle strategie. La nuova unificazione e coesione del Paese, è la ricostruzione di una Italia fondata sul civismo federativo, pragmatico, insieme con un assetto istituzionale adatto alle funzioni globali e locali del terzo millennio. Ma ciascuno di questi grandi temi di riforma, si intreccia con le vicende politiche ed istituzionali delle crisi in corso; con le scelte valoriali necessarie; con il conflitto degli interessi; con le trasformazioni dell’economia.
    Il sistema politico italiano, che ha accompagnato e favorito la ricostruzione del Paese, fino a raggiungere il rango di grande potenza industriale; che ha reso stabile una democrazia che operava in un contesto strategico pericoloso e difficile; che ha gestito il patto sociale che ha dato legittimità alle istituzioni e ai rapporti di potere e rappresentanza; questo sistema politico è collassato con la fine delle condizioni che ne avevano garantito la stabilità.
    Questo sistema politico era fondato sui partiti, dai quali passava la formazione del consenso, la sua trasformazione in rappresentanza e quindi in esercizio della governabilità e del potere. In Italia questi partiti erano fondati sulla politicizzazione di massa, capillare ed organizzata, e sull’intreccio fra identità ideologica ed interessi forti, conseguenti agli equilibri internazionali.
    La crisi di legittimità e di rappresentanza dei partiti, ha creato le condizioni del collasso del sistema politico e conseguentemente il graduale dissolvimento di quel sistema di Istituzioni che dava complessivamente senso e stabilità alla democrazia. Così come tutto insieme si teneva, tutto insieme sta crollando. È stata miopia politica e fragilità culturale ritenere di poter proseguire in continuità, navigando a vista; non comprendendo l’entità delle trasformazioni che stanno avvenendo nel profondo, alle quali bisogna rispondere con adeguata tensione riformatrice.
    Gli ultimi venti anni sono stati un continuo declino politico, morale, economico, culturale. Si sono dissolte le condizioni di tenuta della democrazia partecipata e consapevole, e si è diffuso un comune sentire, caratterizzato dal confuso intreccio sovranista e populista, i cui effetti sono devastanti. Non si ricostruisce con le macerie del vecchio; non si rianima il sistema politico, riproponendo i vecchi partiti; o pezzi di essi. Non si rifanno le istituzioni, frantumando lo Stato. Non si rivitalizza la democrazia esaltando le rete e i social. La missione di governo del civismo federativo è la ricomposizione delle comunità che si riconoscono per interessi, bisogni, funzioni, cultura. Il contenitore viene modellato dal contenuto; il territorio e l’uomo sono le risorse primarie da cui partire; l’identità è il percorso vitale nella storia.
  2. La crisi del sistema politico passa attraverso il dissolvimento dei partiti e la riformulazione dei percorsi politici di formazione e gestione del consenso e della governabilità. Si sta rapidamente consumando l’esperienza dei M5S, incapaci di una visione strategica compatibile con le esigenze di un grande Paese industriale. Sarà messa rapidamente alla prova la capacità della Lega di combinare gli interessi che rappresenta con la necessaria visione nazionale di chi si candida alla guida del Paese.
    La Sinistra politica, pur necessaria agli equilibri di una democrazia, non riesce ad essere una forte e credibile alternativa di sistema. In questo contesto di contraddizioni ed incertezze, abbiamo vissuto i preliminari di un simulacro di colpo di Stato, attraverso una improvvisa e devastante crisi di Governo; una violenta spinta verso le elezioni anticipate; il rifiuto ed il dileggio delle regole di una democrazia parlamentare e proporzionale; la esaltazione del leader come uomo forte e risolutore di ogni crisi.
    Il leader, non è riconducibile alle formule di schieramenti: non al centrodestra; non al populismo pasticcione; non al sovranismo dei poveri. Il tentativo è quello di ricostruire un percorso politico fondato su un rapporto primario fra leader e popolo; basato su precisi obiettivi: sicurezza; migranti; crescita; lavoro; tasse; anti Europa. Questi obiettivi vengono presentati in modo diretto (la spiaggia, il comizio, il Twitter) e soprattutto come fatti concreti già perseguibili. Il rapporto con il popolo avviene sul fare. Questo è il messaggio che passa e viene presentato al Paese chiedendo il mandato a governare, con i pieni poteri.
    Non siamo in uno scontro fra partiti e programmi, ma nel tentativo di presentare il confronto, in ogni passaggio, come una sorta di plebiscito nei confronti del leader e del suo programma, che è fatto, in realtà, soltanto da comportamenti decisi e parole d’ordine.
    Questo avviene in mancanza di un sistema politico efficiente e rappresentativo (quasi la metà degli elettori non votano); e quindi questa strategia plebiscitaria e di conquista dei poteri passa come nel burro con qualche nobile protesta e dignitosa contrapposizione. Non ci può essere un leader alternativo, in questo schema di contrapposizione politica. Non ci sono partiti. Rischia di sfarinarsi il M5S; si sta sfarinando FI; potrebbe sfarinarsi il PD, la cui unità, in questa fase, va tutelata e difesa.
    Ma un sistema politico efficiente va ricostruito da subito, anche attraverso le identità programmatiche e le responsabilità di Governo. Non si deve accettare, come la sinistra sciaguratamente ha fatto nel passato, la leaderizzazione del confronto; non si può puntare, almeno nel medio periodo, sulla rinascita dei partiti e degli schieramenti; si deve ripartire dalle comunità e dal territorio, dai suoi interessi, dalle sue identità. Il nuovo sistema politico si ricostruisce con il civismo federativo.
    Civismo, perché nei valori civici la comunità trova il senso concreto della democrazia governante, definisce i suoi interessi, non li fa condizionare da scelte ideologizzate e da convenienze di parte. Federativo, perché più comunità si uniscono per comuni interessi, funzioni, identità, bisogni, ed attraverso le istituzioni riformate, esprimono quella strategia di Governo e quelle funzioni amministrative che rispondono alle esigenze locali e globali di una entità storicamente compiuta e definita, come Città, Regione, Stato. Le ideologie del Novecento, le lotte sociali, le trasformazioni economiche, gli equilibri internazionali, furono la materia del sistema politico della Repubblica, fino alla fine del secolo. Dopo il ventennio della grande confusione, il civismo federativo deve essere la base del nuovo sistema politico in formazione. Gli schieramenti verranno; le diversità valoriali emergeranno; le contrapposizioni di interessi si manifesteranno; ma la materia della politica come vita della democrazia sarà nuova è rinnovata in continuazione. E non vi dovranno essere più plebisciti sulla persona ma contrapposizioni e giudizi sulle volontà e le proposte.
  3. La crisi del sistema istituzionale è stata la naturale conseguenza della crisi del sistema politico. Per più di cinquant’anni anni, nel bene e nel male, dalla politica è venuto l’impulso al funzionamento delle istituzioni; la mediazione politica diventava materia di scelte esecutive e di normative di orientamento. Il declino della politica come motore decisionale ha indebolito un sistema istituzionale che non era costruito per essere autonomo e alternativo; si sono quindi aperte crepe di funzionalità, efficienza e rappresentatività sia nei grandi corpi dello Stato, elettivi o separati, che nel sistema degli Enti territoriali e nelle funzioni amministrative e di servizio. Dal Parlamento alle Regioni, dalla amministrazione della Giustizia alla Scuola, dalla Sanità e Sicurezza Sociale all’Ambiente, dai Trasporti allo Sviluppo Produttivo, l’inefficienza delle Istituzioni è stato un motivo dominante nella coscienza negativa del popolo italiano verso lo Stato.
    In questo malessere è cresciuto il qualunquismo aggressivo del M5S,come il populismo sovranista della Lega; ambedue, su questo duplice percorso di crisi, politica e istituzionale, hanno costruito le loro fortune. Queste fortune, nella fase successiva di proposte per la soluzione dei problemi, stanno cadendo in balìa di autentiche trappole, irrisolvibili e pericolose per il Paese. Dal reddito di cittadinanza alla quota 100, dalle autonomie differenziate al blocco delle infrastrutture, dal Decreto sicurezza al taglio del sostegno all’informazione, (e si potrebbe proseguire), il Governo Giallo-Verde, ha viaggiato verso la sua dissoluzione, non essendo mai riuscito a far capire il suo percorso, la sua strategia, la sua pianificazione delle risorse in entrata ed uscita. In sostanza, non si è mai capito con cosa volessero e potessero sostituire nelle Istituzioni, il motore mancante della politica.
    Questo problema nella sua interezza, viene trasmesso al Governo M5S e PD: chi per questo si sta spendendo in positivo, deve saper pensare per sistemi e governare per progetti. La forza riformatrice deve esprimersi così, rifiutando ogni approssimazione ed ambiguità. La gestione delle autonomie regionali differenziate è un esempio di questa debolezza culturale e politica che si estende anche ad ampi settori della sinistra. Si è proceduto come se ogni Regione andasse per suo conto, sulla base di trattative separate e bilaterali; non rendendosi conto che si stava lavorando all’interno del fallimento del regionalismo a 20, ed all’interno di un processo disgregativo dei poteri dello Stato in materie essenziali nella vita di una democrazia matura.
    Questo deve essere il punto d’attacco del Civismo Federativo: non si deve negare l’autonomia differenziata come opportunità Costituzionale. Ma, la si deve rendere conseguente alla realizzazione del livello essenziale delle prestazioni secondo il dettato costituzionale (Art. 117, comma 3, lettera m); ed alla realizzazione del Governo Federato delle risorse e delle strategie delle città metropolitane e delle Regioni, riconducibili a comuni identità, interessi, bisogni. Passare da una gestione divisiva, autarchica, miope e senza prospettive, ad una proposta positiva e aggregante, che vedrebbe Nord e Sud legati dalla strategia comune del civismo federativo, e dalle nuove realtà delle macroregioni.
    Rimettere in funzione la politica come motore delle istituzioni, senza ritornare alle esperienze passate del sistema dei partiti, lo si può fare se insieme è possibile legare la visione civica dei problemi e dei protagonisti con la capacità federativa di governare le risorse e le opportunità. L’uomo ed il territorio sono le risorse sulle quali si fonda ogni strategia di riforma e di sviluppo. Ripetiamo: si pensa per sistemi, si governa per progetti. Un piano di infrastrutture (il progetto nel territorio) deve essere all’interno di un piano dei Trasporti (il sistema per l’uomo). Un piano di edilizia scolastica è interno ad un progetto di riforma della Scuola. L’Italia Mediterranea è avanti nella elaborazione progettuale e strategica. Indietro nella organizzazione politica e negli obiettivi. Il risveglio del Riformismo meridionale è una realtà, e la consapevolezza dei meriti e delle opportunità di un Mezzogiorno Federato è un fattore politico qualificante. È il momento, per l’Italia Mediterranea, di partecipare ad un movimento comune in tutto il Paese per contrapporre alla strategia sovranpopulista di conquista dei poteri, una strategia del civismo federativo che miri alla ricostruzione del sistema politico, al superamento delle disuguaglianze, e al rinnovamento delle Istituzioni.
    Di fronte al Paese, partendo dal territorio e dalle comunità, una iniziativa civica e federativa, di respiro nazionale, potrà parlare il linguaggio della ragione, della giustizia, della competenza, della semplificazione, della innovazione. E farsi ascoltare da quella metà del Paese che, da anni, non ascolta la buona politica.
  4. Il fallimento del Regionalismo a 20, non comporta il fallimento della scelta regionalista affermata dalla Costituzione.
    Si è consumato nella esperienza ultracinquantennale un modello organizzativo e strutturale definito in una fase profondamente diversa e non accompagnato, nel corso degli anni da una consapevole ed adeguata azione di riforma. Le funzioni e l’efficienza delle Istituzioni Regionali hanno perso credibilità ed efficacia di fronte alla domanda , cambiata nel tempo, di governabilità e rappresentanza da parte del popolo amministrato.
    L’affermazione del territorio come risorsa da utilizzare pienamente, in una strategia complessa di sviluppo; la crescita della comunità come soggetto identitario attivo nel cambiamento della qualità e quantità dei servizi utilizzati; la dimensione nuova dei problemi e delle opportunità di una società pluralista ed esigente; la diversità degli interlocutori istituzionali, come lo Stato, troppe volte sentito lontano ed antagonista; e l’UE, burocratico interlocutore o bancomat dispensatore di risorse. Sono tutte questioni senza risposta
    La verità è che l’anima della Regione è venuta meno perché le sue dimensioni, funzioni, obiettivi, sono al di sotto dei problemi e delle opportunità di sua competenza.
    La crescita della consapevolezza civica come essenziale nello sviluppo e benessere delle comunità organizzate, rende il tessuto amministrativo e culturale delle Città Metropolitane e dei sistemi urbani diffusi, il più idoneo alla gestione ampia della vita quotidiana e dei problemi di abitabilità urbana e sicurezza sociale ed ambientale.
    Lo sviluppo della competizione territoriale in tutta la dimensione europea e mediterranea, che è passaggio decisivo nelle opportunità di crescita economica e civile dei nostri territori, rende la scrittura attuale delle dimensioni e caratteristiche delle Regioni, con poche eccezioni, una realtà incapace di quelle responsabilità di governo e di proiezione strategica, assolutamente necessarie nella fase di crisi che la UE sta attraversando, e l’Italia subendo, senza visibili reazioni e cambi di prospettiva.
    Il Regionalismo a 20 è finito, non per la richiesta delle autonomie differenziate di alcune regioni del Nord, ma perché non risponde più alle esigenze del Paese e delle sue trasformazioni; presentando una realtà frantumata, costosa, inefficiente ed impotente.
    Ma non è finita l’esigenza costituzionale della struttura regionalista dello Stato italiano, soprattutto nella fase di riforma e ristrutturazione di una UE, euro mediterranea, che si avvia ad essere nuova protagonista nello scenario mondiale.
    Questa nuova struttura regionalista và riscritta nelle dimensioni, nei poteri, nelle competenze; puntando a costruire soggetti forti che accompagnino il governo nazionale nelle scelte di governabilità interne e nelle costruzioni sistemiche comunitarie. Ma questi soggetti devono essere anche contenitori consapevoli della governabilità civica delle città metropolitane e dei sistemi urbani diffusi, senza sovrapposizioni ed antagonismi.
    Le finalità di queste nuove ed antiche regioni, che abbiano la necessaria massa critica, devono essere la competitività territoriale, nella dimensione euromediterranea; la governabilità delle comunità, delle risorse, delle opportunità, nella dimensione nazionale. Non si tratta, di una pur utile, operazione di ingegneria costituzionale ed istituzionale, né un esercizio di governo. La crisi del regionalismo a 20, è stata insieme con altre, causa ed effetto di uno scollamento del popolo dalle Istituzioni del territorio che avrebbero dovuto rafforzare la partecipazione democratica. Il paese è realmente diviso, anche profondamente su interessi territoriali forti e su identità antagoniste esasperate strumentalmente.
    La ricomposizione dell’unità del Paese; la costruzione del nuovo sistema delle autonomie; la competitività e l’efficienza nel governo delle risorse umane e del territorio; la lotta alle diseguaglianze come priorità qualificante; tutto questo deve essere la materia di un movimento di popolo che sia protagonista della rinascita della Nazione nelle sue autonomie e nella sua identità: italiana, europea, mediterranea.
    Questo movimento deve nascere nella trasversalità delle convenienze politiche, nella diversità degli insediamenti territoriali e degli interessi; nella pluralità delle esperienze culturali e sociali. Deve nascere ora e subito, dando al risveglio in atto nella coscienza popolare, valori ed obiettivi per i quali mobilitare energie e volontà.
    L’Italia Mediterranea ha indicato nel Civismo Federativo la sintesi sistemica di questo Movimento, la sua cifra programmatica e progettuale.
    Confermando gli obiettivi programmatici espressi nel Manifesto fondativo, l’obiettivo politico, che viene assunto come priorità, riguarda le Regioni del Mezzogiorno continentale comprese nell’obiettivo 1 dell’UE e le Città metropolitane.
    L’immediata iniziativa si manifesta nel rifiutare il confronto sulle autonomie differenziate e le polemiche conseguenti, chiedendo al Governo di dar vita alla costituzione federativa di una unica Regione del Mezzogiorno continentale supportando la richiesta con un adeguato progetto organizzativo che segua e rispetti la procedura Costituzionale.
    Nella fase di attuazione del percorso costituzionale, si possono utilizzare le opportunità sancite dagli artt. 116 e 117 della Costituzione e dai referendum regionali per realizzare strutture gestionali di rapida operatività, che garantiscano la gestione federata di poteri, competenze, risorse.
    Si può cominciare così:
    • Far gestire i Fondi comunitari di queste Regioni dal 2021 al 2027 (che rappresenta l’85% di 43miliardi di euro) da un’unica Banca (CDP o BEI) secondo le indicazioni operative dell’organo di controllo istituito dalle Regioni federate e dalle Città metropolitane;
    • Rappresentare i PON e i POR in un unico programma costruito e gestito dalle Regioni federate e dalle Città metropolitane insieme alla Presidenza del Consiglio (non dai singoli Dicasteri);
    • Deve essere realizzato dalle Regioni federate e dalle Città metropolitane un unico quadro degli interventi infrastrutturali prioritari da avviare e completare nei 5anni;
    • Definire e valutare le funzioni economiche e gestionali connesse al piano delle infrastrutture;
    • Unificare tutte le delegazioni ministeriali presenti nelle singole realtà regionali;
    • Costruire nelle Regioni federate un unico distretto logistico;
    • Costituire nelle Regioni federate una unica gestione dell’offerta portuale.

    In realtà, ogni materia di pubblico interesse deve essere ricondotta a questa scelta di obiettivi, di contenuti secondo un metodo di lavoro che consente una concreta sinergia fra Movimento ed Istituzioni, progettualità civica e governabilità federativa. Italia Mediterranea è impegnata in questa grande riforma del Mezzogiorno, ma è consapevole che la partita decisiva riguarda tutto il Paese.

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