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Oltre il Coronavirus.
La nostra Visione per uscire dalla crisi.
Le nostre Proposte per ricostruire il Paese.

Chiudere in tempo brevissimo il buco provocato dal lock down è condizione necessaria per agire in una situazione che già oggi è di recessione, la quale purtroppo rischia ormai di sfociare in una lunga depressione.

Condividiamo l’analisi di Mario Draghi.

Il mondo di solo due mesi fa semplicemente non esiste più: la contrazione del Pil mondiale, il rischio di cancellazione di interi settori portanti (si pensi al turismo, al trasporto aereo, alla stessa automotive), l’impossibilità di mantenere una economia basata sulle esportazioni, prefigurano uno scenario di guerra ancora in corso, durante la quale non è certo il controllo del debito pubblico a dover orientare le scelte di governo.

Occorre il coraggio e l’ambizione di passare rapidamente, dopo le fasi fin qui sperimentate, ad una nuova fase di intervento, avendo ben chiaro che occorrerà cambiare completamente modello di sviluppo e di società, mantenendo la coesione sociale, la quale sarà a grave rischio se non saranno adottate con immediatezza le misure di mitigazione degli effetti del lock down.

E la soluzione - lo diciamo con molta chiarezza - non sarà certo trovata negli annunci televisivi (come quello fatto a fine giornata di ieri, sabato 28 marzo) in cui si promettono anticipazioni contabili di partite di giro, come il fondo di solidarietà dei Comuni, né nelle polemiche ad uso del proprio pubblico contro i paesi del Nord e la Germania, fermi nella loro illusione di cavarsela da soli, contrapponendo loro una velleitaria ed irrealistica volontà autarchica del Governo italiano.

Va infatti ribadito, con altrettanta chiarezza e lucidità, che la dimensione minima e unica per sviluppare con possibilità di successo questa strategia è quella dell’Europa: l’alternativa ad un disegno europeo politico, culturale ed economico comune non c'è; né può essere la ricaduta in impossibili sogni tardo nazionalisti, oppure autoritari tipo Ungheria, i quali più presto che tardi diventeranno purtroppo preda di pericolose fascinazioni per sistemi non democratici.

Il tempo per agire è ora.

È necessario, da subito, definire perciò in dettaglio gli obiettivi concreti, i percorsi e gli strumenti operativi più efficaci da attivare per garantirsi il successo.

Abbiamo ritenuto opportuno affrontare questo esercizio producendo un documento, condiviso e sottoscritto dalle principali associazioni civiche regionali oggi esistenti. Documento con cui cerchiamo di entrare più in dettaglio sulle cose da fare e che potete, qui di seguito consultare, vagliare e farne oggetto delle vostre eventuali ulteriori considerazioni. Raccolte le quali alla fine del confronto ancora aperto, pensiamo di trasformare questo documento in una piattaforma politica e programmatica sulla cui base contribuire nei prossimi mesi alla ricostruzione del nostro Paese e di una Nuova Europa.

Il duplice focus della nostra visione: Dopo-Coronavirus e Glocalismo

La nostra visione acquista oggi la sua nitidezza attorno a due parole: DOPO-CORONAVIRUS e GLOCALISMO.

Un doppio focus: il primo sulla attualità, la "cronaca" nella quale siamo improvvisamente precipitati a causa di una pandemia improvvisa, imprevista (ma non imprevedibile!); il secondo focus è sulla "storia", una prospettiva "lunga" che rilegge il nostro passato istituzionale e lo proietta nel nuovo mondo possibile.

Il Dopo-Coronavirus e noi
di Franco D'Alfonso

Nel giorno più buio per Bergamo, aperto dalla drammatica fotografia del convoglio militare con le bare, dell'ospedale da campo degli alpini, prima autorizzato e poi sospeso e poi realizzato in tre giorni, con la generosità del personale medico e sanitario, e degli Alpini; nei giorni delle conferenze-stampa in Regione Lombardia con i medici di Wuhan, dei medici Cubani a Malpensa, dell'arrivo dei aerei russi in aiuto con il materiale sanitario; nei giorni della chiusura totale  (o quasi) delle attività; del passaggio dalle centinaia alle migliaia di morti; della chiusura dello Spazio Schengen e delle frontiere; della proclamazione della pandemia con l'emergenza in Spagna, Germania, Francia, Uk, Usa e resto del mondo, tutti nell'emergenza come noi; in questa inedita catastrofe economica planetaria, in un giorno così, bisogna trovare la forza di guardare avanti e cominciare a pensare anche alla ricostruzione.

Innanzi tutto, via via che si riesce a sollevare lo sguardo dalla confusione drammatica quotidiana, una cosa appare in tutta la sua chiarezza: nulla sarà come prima.

Niente sarà come prima vale per tutto: a partire dalla politica, dalla sanità, dal welfare.

Anzi, se vogliamo essere più precisi, è sbagliato anche il termine "sarà"; difatti è già successo: nulla è più come prima!

Dobbiamo cambiare approccio su tutto. A conferma ci aiuta anche un po’ di storia sulle epidemie.

Il Comune, istituzione che può e deve controllare il territorio, lo deve fare per primo, come fece cento anni fa l’amministrazione socialista municipalista del sindaco di Milano Caldara, come spiega molto bene qui l’articolo di Walter Marossi.

Ci rendiamo conto però che nel momento nel quale faticano anche istituzioni considerate moderne e proiettate verso il futuro - come indubbiamente è la Milano internazionale che abbiamo decantato fino ad oggi - pretendere che la politica centralista, romanocentrica e burocratica che con diverse colorazioni è al governo dalla fine della cosiddetta “prima Repubblica”, sia pronta a recepire il cambiamento di passo e di metodo necessario è un po’ troppo. Qualcosa di meglio, tuttavia, era lecito aspettarsi dal Governo Conte in carica, almeno in termini di innovazione sui provvedimenti politici e amministrativi per l’emergenza.

Un primo intervento concentrato laddove l’emergenza è scoppiata; il successivo sul resto del Paese e la progettazione dell’uscita dalla grave crisi economica e sociale che arriverà in un contesto che già faticava per problemi strutturali : tempi e modi di intervento diversi, da studiare e realizzare nel più breve tempo possibile, coinvolgendo a livelli e modi opportuni tutte le forze di cui si può disporre; questo è quanto avremmo avuto bisogno, con una regia politica coerente.

L’autorità politica, a tutti i livelli, ha invece delegato al mondo scientifico, inevitabilmente inizialmente diviso e con pareri in evoluzione, l’onere della scelta sulle misure di emergenza sanitaria nell’illusione di potersi deresponsabilizzare.

Dopo aver correttamente individuato il focus nelle zone rosse di Codogno e Vò Euganeo - laddove infatti la situazione si è risolta dopo tre settimane di pressione massima - la tentazione di “pensare a tutto e tutti” e la temeraria affermazione “nessuno perderà nulla”, ha portato ad una serie di errori gravi: la mancata dichiarazione di zona rossa in provincia di Bergamo, la dichiarazione di “tutti rossi” e quindi “nessun rosso” estesa all’intero paese, con la conseguente impossibilità ad individuare livelli progressivi di intervento; la nomina tardiva e farraginosa di commissari e soprattutto delle procedure commissariali, con la conseguenza di impiegare tre settimane ad esplicare anacronistiche “gare Consip” nazionali per il materiale sanitario subito indispensabile; la scelta per un decreto d’urgenza che arriva dopo una settimana di tira e molla,  in versione sempiterna Milleproroghe, che non dà soldi alla Rai per decenza dell’ultimo minuto, ma in un colpo statalizza Alitalia e Meridiana impegnando 500 preziosissimi milioni di euro nello stesso giorno nel quale la catastrofe del settore aereo declassa la Lufthansa, fino a ieri una delle più solide compagnie al mondo, a portatrice di “junk bonds”.

Intendiamoci, 25 miliardi sul tavolo, di cui 10 miliardi di sostegno al reddito, sono un intervento indispensabile e tutto sommato tempestivo: ma perché dividerlo in decine di tipologie di misure, su molte delle quali la somma destinata è palesemente inadeguata ed irrilevante e per di più frammentata su decine di voci di bilancio, con la grottesca conseguenza di dover introdurre le lotterie telematiche, quando la prima regola delle emergenze è concentrarsi su poche e riconosciute urgenze e con poche e chiare misure?

Sarebbe invece servita la sospensione dell’applicazione di norme - che peraltro andavano cestinate anche in tempi ordinari - nelle zone rosse (che però non ci sono!), la cassa integrazione in deroga per tutti per un mese, qualche miliardo in mano a una gestione commissariale del sistema sanitario, suddivisi tra zona rossa che interviene con procedure da situazione di guerra e zona arancione che si deve preparare all’impatto; il blocco per due mesi di tutte le scadenze fiscali, periodo necessario per individuare con meno approssimazione i settori e la popolazione sulla quale intervenire con la revisione delle imposte, guardandosi dall’inseguire Salvini sulla rovinosa strada del generalizzato non pagamento delle tasse, che darebbe il colpo di grazia al già disastrato bilancio statale provocando la catastrofe di tutti i servizi.

Dopo questo esordio quantomeno zoppicante, i prossimi scalini saranno ancora più alti e difficili da superare, ragione per la quale sarà meglio ponderare bene alcuni indispensabili provvedimenti: una corposa iniezione di denaro alle imprese per evitare che falliscano e si verifichi una crisi dell’offerta cui nessun reddito di cittadinanza al mondo potrebbe rimediare, da farsi con i fondi europei per gli investimenti; una globale riforma della finanza locale, senza la quale il fallimento di tutti i Comuni d’Italia è già scritto (solo al Comune di Milano il lock out costerà almeno 150/200 milioni di minori entrate, che scardineranno un equilibrio già faticosamente raggiunto) ; la totale riforma del sistema di welfare e di sanità sul territorio; il rilancio dell’economia e dell’apparato produttivo nelle aree del Nord; il cambiamento dei modelli sociali ed economici diversi fra le aree italiane che usciranno con differenze ancora più profonde ed insanabili da questa crisi planetaria; la rifondazione dell’Unione europea, unica dimensione possibile di ricostruzione di una identità e comunità in grado di non essere spazzata via dalla faccia della storia.

Pensare di farlo con il fardello delle Leggi Madia, con la giustizia che avrà accumulato un anno secco di ritardo sui suoi ritardi medi pluriennali, con il codice appalti che affida ad una specie di “Precrime” stile Minority Report la gestione impossibile della Pubblica Amministrazione e con il peronismo del reddito di cittadinanza e quota 100, è peggio che un crimine, è un errore.

Il futuro è adesso! E la scelta di nuove strutture istituzionali, di nuovi metodi e soprattutto di nuove responsabilità civili e sociali è già in ritardo perché, nonostante l’oggettiva difficoltà contingente ad andare in direzione ostinata e contraria, la soluzione dei problemi non sta in un rinnovato (?) centralismo.

Nel nostro piccolo, noi ci siamo e ci saremo.

Glocalismo
di Piero Bassetti
(da un'intervista a cura di Giorgio Calderoni e Gianni Saporetti)

La necessità di capire che con la globalizzazione gli stati nazionali perderanno sempre più potere mentre il rapporto fondamentale sarà quello fra le grandi regioni e l’Europa e il mondo; i nodi dell’unità del 1861 che vengono al pettine; il grande nord è una realtà economica, sociale e culturale; le 4 glocal city europee, Londra, Parigi, Berlino e Milano.

Sono passati quasi 50 anni dalla sua esperienza come primo presidente della Regione Lombardia. Che cosa ne pensa, che frutti può aver dato, quali erano le aspettative e qual è la situazione in cui ci si trova oggi?

Beh, io credo che sia cambiato quasi tutto, e questo, tra l’altro, pone un problema anche alla Costituzione. Quello che ha cambiato tutto è stato l’avvento del glocalismo, cioè il fatto che il rapporto del locale con ciò che non è locale, non è più con il nazionale, ma è col globale o, nel caso europeo, col continentale. Quindi, l’idea dei costituenti, che era di fare le regioni sostanzialmente come una soluzione di decentramento dello Stato, ormai irreversibilmente centrale per le scelte del 1861, non ha più molto senso. Forse ha senso amministrativamente, può riguardare l’organizzazione delle prefetture, ma certo non lo ha per quanto riguarda la vera sostanza del decentramento, che è politica, perché riguarda il processo democratico nella direzione che le è naturale, cioè dal basso verso l’alto. È chiaro che oggi il tema dell’articolazione della volontà politica nelle diverse parti del Paese e quindi nelle sue diversità, ai fini di una ricomposizione ad unità nella dimensione nazionale, non è più il tema dominante, in quanto fuori dalla dimensione locale, per il caso della Lombardia, ma più in generale della Padanìa, cioè del grande nord, si guarda alla dimensione che la trascende, verso l’Europa o verso il mondo. Questa novità assoluta sta travolgendo la certezza, consolidata da Westfalia fino a oggi, che lo stato nazionale, e quindi un popolo, si definiva sulla base di confini, cuius regio eius religio, non della sociologia. Gli italiani sono stati creati dal Risorgimento, e da tutto quello che ha fatto seguito, fino al limite di far diventare italiani gli altoatesini a seguito di una guerra, o i valdostani, salvo poi riconoscere a malapena quelle differenze nella Costituzione del Secondo dopoguerra con le regioni a statuto speciale. Oggi però la dimensione della differenza, essenzialmente fra il nord e il sud dell’Italia, è diventata una dimensione talmente penetrante, da spingere a costituirsi in polis sostanzialmente diverse.

Scopri di più su Alleanza Civica.

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